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Poesia "Urutáu (madre della luna)" dal libro "Io canto l'Amazzonia" di Marcia Theophilo

Una brezza sfiora il volto di Urutàu
gli uccelli cantano fra gli alberi
di giorno e di notte
Urutàu li ascolta, li vede
Coglie i frutti, deve tornare al villaggio.
Deve tornare dai suoi.
Ma che lo impedisce?
Otto o dieci uccellini di colore azzurro
si cullano sui rami di un albero.
Un coro di penne increspate
di becchi socchiusi.
Cresce il cinguettio.
La danza dei Tangaràs
Tutti intorno
Le palme, gli embirugù
i ficus. il tururì,
il suo legno sottile
della maschera dello sciamano Urutàu
lo fa volare lontano, fino al cielo
I pensieri fluiscono nel vento
nell'alba silenziosa
Volando a capo eretto
nella foresta immensa.
E passa sopra gli alberi
sopra gli igarapés.
gli igarapòs
le pianure tranquille
ode un fragore: la pororoca
dove il gran fiume s'incontra col mare.
Chiama Yara, uyara, ayara, boiagù
la madre d'acqua dà forza
al suo volo
Cresce il verde, le foglie tormentate
Dipinto il capo di bianco con tabatinga
e le gambe di rosso con urucù
Abbandona l'anima umana:
Urutàu è un uccello
le sue ali palpitano, fremono
Canta lungo la notte fino all'alba
quando rallegra l'inizio
del giorno. Poi in una valle
fra i monti ascolta un torrente
Non scende più, rimane in alto
Vola, vola Urutàu
Non temere di spezzarti
le ali contro le vette
Respira gli odori dell'aria.
Porta ancora: collane di conchiglie
molluschi e sonagli
della sua identità umana.
Dal villaggio lo chiamano:
«i suoi nemici hanno piedi
e non lo raggiungono
hanno mani e non lo afferrano
frecce e lance si spezzeranno
prima di arrivare al suo corpo».
Quando Urutàu passa, la terra
sembra aprirsi: il suo pensiero
è un seme che mette radici
e tesse fiori, canti delicati
la natura s'avvolge di silenzio
s'azzittiscono gli uccelli
un vento caldo soffia sulle rive
le nubi s'accostano
s'inclinano i rami
un flauto immenso chiama
da sotto terra.
Urutàu chiama i frutti amici
goiaba, cajà, manga, mangaba
muricì, pitanga, jenipapo
pitomba, jaboticaba, jatobà.
Dalla cima di un grane albero
Urutàu vede per l'ultima volta la foresta.
Nuovi odori impregnano l'aria
il mucura ruba il fuoco
La lotta con il vento accentua l'ansia
Urutàu dalla cima dell'albero grida al villaggio:
«Venite, venite a vedere»
nessuno ascolta, nessuno risponde al richiamo
L'uccello attraversa regioni di verde
stretti deserti, di nuovo il verde
di nuovo il deserto
sono gialle le acque
incendi, nuvole e fumo insieme
i bulldozers invadono
avanzano, luci lo abbagliano
pensieri feroci lo trapassano.
Dalla città si levano immondizie
toccano le sue piume
foglie, lettere vecchie
fiori di alluminio e di carta.
Scesa la notte Urutàu
sceglie il nuovo territorio
non più eterno, vivrà giorno per giorno.
Urutàu uccello disperso,
il tuo bosco è tra i grattacieli
tra i muri di cemento
è il tuo nido.

 

Márcia Theóphilo - 1986

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