Poesia "Acqua torbida" dal libro "Io canto l'Amazzonia" di Marcia Theophilo

I

Stanco sulla sabbia notturna dorme
sopra un lenzuolo bianco di spuma
Itabuan, il pescatore, tra le alghe
prigioniero, delle alghe, non si libera.
La notte non gli da il riposo di un tempo,
inquiete le braccia ormai non pescano più.
Sa di dover passare per varie mutazioni,
pensa come un uomo e si comporta come un pesce,
l'epidermide si spezza e si ricompone,
non esce pi¨ dall'acqua, affonda sempre più.
Parla con i pesci e sa
mescolarsi con gli altri pesci:
il pindá, il pindá nero, il pirarucú.
Il rosso riscalda le acque, riscalda,
su di lui illuminato due grandi occhi fissi,
i suoi occhi umidi fuori dalle orbite.
Itabuan, quando pescava, lottava
fermo con l'inquietudine dei pesci,
la loro mobilità, ferocia, abilità;
oggi è lui il pesce, naviga,
può conoscere altre acque,
uscir fuori dal fiume e dalla foresta,
nella profondità della scura voragine
avere vertigini, esplorando ciò
che gli altri uomini soltanto immaginano,
lui che si comporta come un pesce
e pensa come un uomo.
Perde alcuni sensi - la visione è mutata -
ne conquista altri.
Diversi sono i sapori, i colori,
diversa è la notte, non nera
come prima, riesce a vagare nell'oscurità.

II

Il Rio delle Amazzoni lavora senza posa,
vive: gracidano le rane, i rami degli alberi
cadono infradiciati dall'umidità,
scendono lungo il fiume
che si biforca sinuoso,
lasciando isole, laghi, cascate.
Un ramo trapassa il cuore di Itabuan
e lui andrà lontano, lontano,
col ramo dentro il suo cuore.
Il pesce va sulle onde, entra nell'occeano
memorie di verdi immensità dentro di lui
e sinfonie di coralli verdazzurri, insieme.
Il dio Giaguaro vuole vedere con gli occhi di Itabuan,
i suoi occhi vanno e tornano
dalla terra al mare, dal mare alla terra.
Il ritmo del tamburo, l'abre-alas
moltitudine di alberi, visi-rami
confusi con il rumore dei fiumi
e delle cascate. Città intere.
E con strade accese.
"Quando la tua anima entrerà
nella casa dei morti, i tamburi
e i flauti non ti saluteranno,
la tua ombra non sarà pi¨ vista
ad immagine e somiglianza
dei tuoi dei terreni".
Così dice il dio Giaguaro.

III

La sera è strana. Il giorno
porta ricordi d'un altro colore,
statue sommerse, antichi tesori,
e la luce li invade nude statue,
altri dèi:
Giove, Saturno e Minerva con la spada
guerriera riposa seduta,
i suoi capelli sono radici nell'acqua,
templi e crateri di vulcani.

IV

Solo,Itabuan, oggetto fluttuante
attraversa un triangolo,
scopre un cerchio,
un triangolo ancora.
Scopre un altro mare, di schiume bianche,
di acque bianche, bianche
una materia viscida ha un altro sapore
e pesci morti, e catene di alghe.
Non è una notte profonda
quella del cielo nuvolo, di pioggia.
Il mare è un liquido scuro, un mare nero
nero, nero, un mare nero
navi sommerse passano, lanciano dalla bocca
cilindri di metallo
muoiono altri pesci, seguitano a morire
Itabuan non sa, non intende:
è un pesce uomo o un uomo pesce?
non pu˛ proseguire, non è pi¨ felice,
dopo aver toccato altri pesci morti
cerca un'altra strada, si domanda:
«Perché non sono morto con gli altri?»
Una macchina abbandonata, divorata dal mare
e pesci morti, e catene di alghe.
Non è una notte profonda
quella del cielo nuvolo, di pioggia.
Il mare è un liquido scuro, un mare nero
nero, nero, un mare nero
navi sommerse passano, lanciano dalla bocca
cilindri di metallo
muoiono altri pesci, seguitano a morire
Itabuan non sa, non intende:
è un pesce uomo o un uomo pesce?
non pu˛ proseguire, non è pi¨ felice,
dopo aver toccato altri pesci morti
cerca un'altra strada, si domanda:
«Perché non sono morto con gli altri?»t;
Una macchina abbandonata, divorata dal mare.
Nuove scoperte, lo ferisce
un pezzo di vetro. Sinuose linee di sangue
si disfano lievemente nell'acqua
gli occhi di Itabuan cessano di vedere.
Il mare è un liquido scuro
un mare nero, nero.

 

Mßrcia Theˇphilo - 1985

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