Critica sulla poesia di Marcia Theophilo:Libro "I bambini giaguaro"

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Introduzione a "I bambini giaguaro/Os meninos jaguar"

di Márcia Theóphilo

Questo libro - poema si apre con un rito magico: la dea Giaguaro, che incarna tutte le forze della natura, trasmette ai bambini la sua stessa forza per proteggerli, come una madre protegge i propri figli; questi, riuniti a migliaia attorno alla dea-madre, devono abbandonare la foresta e iniziare l'esodo verso le grandi città, poiché l'uomo 'civilizzato' ha invaso il loro mondo. Sei sono i bambini che nel libro rappresentano l'intera popolazione infantile e portano nomi di fiori dell'Amazzonia:
Jupicahy, Urucú, Pajurá (bambini), Tauarí Ararí, Mangalô (bambine).

«il vento soffia, alberi e foglie
sono fornaci crepitanti
il fuoco è un mare indomabile
laghi e cascate esalano ardenti vapori

traversammo regioni di verde
stretti deserti, di nuovo il verde
di nuovo il deserto

sono gialle le acque
incendi, nuvole e fumo insieme
i bulldozers invadono, avanzano... »

Durante i primi secoli di colonizzazione gli indios, per sfuggire al massacro, migravano verso nord. Erano dei veri e propri esodi di cui e esempio la marcia del gruppo Tupí verso la "terra dove non si muore". Anche in questo libro si parla di un esodo: l'esodo non di un intero popolo, ma soltanto dei suoi bambini, e non verso un paradiso, ma verso la civiltà delle città che, insensatamente, stà uccidendo i suoi stessi figli.
Quando i bambini indios, con le loro famiglie, si spingono nelle grandi città, vengono ovviamente emarginati e si adattano a vivere nelle periferie di queste metropoli. Apparentemente questa è una storia antica, che risale al 1500, ma la posizione del colonizzatore e l'assoluto disprezzo verso il popolo continuano. La discriminazione razziale in Brasile assume l'aspetto di emarginazione e la cultura tribale, disgregata al punto di essere irriconoscibile, sopravvive nelle 'favelas', le bidonvilles brasiliane.
È qui che i bambini immigrati, memori dell'arcaica cultura, si riuniscono in gruppi, in un disperato aggrapparsi all'altro per non essere subito sconfitti, perché l'unione fa pur sempre la forza ed essere solidali vuol dire avere maggiori probabilità di sopravvivenza in un mondo dove la lotta è all'ordine del giorno. Nel villaggio-favela, però, vengono a mancare quegli insegnamenti che gli anziani tramandavano loro: figli di genitori giovanissimi e inesperti, immaturi e impreparati ad affrontare il sistema della grande metropoli, i bambini tentano di districarsi come Possono nella giungla d'asfalto. Non più gli antichi padri spirituali, ma criminali istruiti dalla cultura corrotta della grande città si assumono la guida di questo immenso Popolo di bambini, sfruttandolo a proprio vantaggio, manipolandolo per ricavarne profitto: spaccio della droga e prostituzione costituiscono i principali mezzi di sussistenza. I gruppi di spacciatori e poliziotti, le vere bande di criminalità organizzata delle metropoli brasiliane, sparano a vista sui bambini e sui nuovi adulti-bambini, già divenuti criminali - consapevoli o meno dell'organizzazione esistente -. Anche qui, come nella foresta, ci sono bambini più o meno forti, più o meno resistenti, più o meno coraggiosi. La cultura tribale, che insegnava loro l'arte della caccia e della guerra, li rendeva presto adulti, ma in un tipo di sistema completamente diverso. La cultura della foresta esigeva il coraggio e la forza come strumenti indispensabili di sopravvivenza; nella grande metropoli questi stessi strumenti vengono utilizzati per difendersi dalle nuove belve, dal nuovo ambiente ostile, e così i bambini diventano inconsapevolmente dei criminali, vengono trascinati in un vortice di delinquenza, sono deviati con grande facilità dal sistema corrotto, che non trasmette loro più alcun valore morale. Sono soprattutto i maschi a diventare delinquenti, mentre le ragazze vengono avviate prestissimo alla prostituzione.

È un popolo di figli, questo, che ha per genitori dei quasi-coetanei, un popolo di bambini che vagano affamati, drogati, in quella foresta riproposta dall'uomo, di fili e tecnologie, che è la città, dannati nella loro immensa solitudine.

«all'alba Ubirajara apre i suoi occhi
coltelli-pugnali s'intravedono
il bambino giaguaro guarda il suo braccio ferito
e lo lecca piano piano poi con il dito in bocca pensa

in piedi bambini guerrieri sulle piazze
si muovono in branco
una cinepresa, una borsa
frutti raccolti dalla città»

La città è dunque simbolo di un'altra foresta: più pericolosa, più inumana. Una foresta in cui vigono leggi diverse, in cui altre cose contano più della vita. Dove i più deboli, e tra questi i bambini, sono abbandonati a se stessi quando non sono utili alla ferrea logica dell'economia. Una foresta in cui i piccoli, disperati, si stanno difendendo come possono: per sopravvivere rubano e sono uccisi, uccidono o si lasciano morire come fanno le balene o i delfini quando vengono ad arenarsi sulle spiagge.
Diversa è la realtà culturale del bambino indio rispetto a quello occidentale: questi vive in un nucleo familiare individuale, mentre il bambino indio vive sempre insieme a tutti gli altri componenti della tribù, cresce in compagnia dei suoi coetanei, sotto la vigilanza dei membri più anziani del villaggio. È questa la cultura tribale. Durante il giorno i genitori si dedicano ciascuno alla propria attività lavorativa, con compiti ben precisi e nettamente suddivisi. La caccia, la pesca e le attività guerriere sono riservate agli uomini, mentre le donne coltivano i cereali necessari alla sopravvivenza, colgono i frutti selvatici e le erbe medicinali. Il bambino viene preparato alla vita quasi sempre in gruppo, "in società" con gli altri, con la tribù, con il villaggio: deve imparare presto a difendersi, a sopravvivere fronteggiando le grandiose forze della natura che, se per un lato gli sono amiche, costituiscono anche il suo maggiore nemico.
La presenza continua degli adulti accanto ai bambini, di tutti gli adulti, infonde in loro una grande sicurezza, una forte protezione. Nella tribù essi godono non solo della vicinanza e della guida dei loro genitori carnali, ma soprattutto di quella dei genitori spirituali, gli anziani del villaggio, che li assistono premurosi tramandando loro gli antichi insegnamenti, i cui valori etici sono legati al modo di vivere nella natura, con la natura, lottando, sì, per difendersi da essa, ma sempre in armonia con essa, come sua parte integrante.
Un aspetto fondamentale della loro vita, come avviene nelle civiltà più antiche, è il rito: l'uomo rappresenta in forma teatrale le sue esperienze più profonde, ripetendo azioni e parole che gli anziani trasmettono oralmente ai più giovani, di generazione in generazione.
Fino a poco tempo fa la cultura occidentale poneva l'essere umano come padrone della natura, dandogli il diritto di manipolarla a suo piacimento. È un sogno di onnipotenza da cui ci si sta svegliando. Ci si sta accorgendo degli spaventosi danni di questo sogno, delle minacce terribili che questi danni rappresentano, se non ci fermiamo in tempo. Ci si sta accorgendo che l'umanità non è al di sopra della natura, della vita, ma una sua particella, la parte di un insieme. E la foresta amazzonica, questo 'insieme' di vita ricchissimo e prezioso per il mondo intero, viene sistematicamente distrutta dai bulldozers, macchine messe in moto da coloro che ancora si ritengono signori e padroni della natura, per soddisfare interessi economici limitati e immediati, senza vedere. o senza voler vedere, quelli più lontani nel tempo, ma assoluti. Si distrugge. Si annienta quella foresta detta "polmone del mondo", privando così le generazioni future della stessa possibilità di respirare. Per sfruttare il suolo o il sottosuolo della foresta per due o per venti anni, si disboscano aree estesissime, lasciando una terra in cui niente vivrà più: né l'albero muricí, né la liana guaraná, né il Pappagallo, né l'orchidea, né l'uomo.
Si sa ormai che il benessere dell'umanità creato con la distruzione e solo provvisorio e perciò in certo modo fittizio. Si sa che il vero benessere - e la sopravvivenza stessa del pianeta - dipende dalla capacità che gli uomini avranno di conciliare il progresso e la conservazione della natura. E si sa che, per fare questo, occorre spegnere i motori dei bulldozers e ascoltare la voce di quelli che hanno saputo, senza distruggere, vivere e sfruttare il loro mondo.
Una tribù india della foresta amazzonica ha realizzato nel suo linguaggio sedici modi diversi di descrivere il verde. Solo nel profondo di questa foresta si può coglierne così tante sfumature e significati. Distrutti gli uomini capaci di scorgere sedici modi di intendere il verde, distrutta ogni possibilità di incontro con loro, resteremo per sempre esseri umani per cui il verde e solo il verde. L'umanità avrà guadagnato in velocita di movimento, ma chi può dire che il movimento sia più prezioso del colore?

«gli indios brasiliani dimoravano
vicino ai grandi fiumi
era lì che vivevano
sotto la protezione del sole
della luna e delle stelle
andavano a caccia, pescavano
raccoglievano i frutti selvatici... »

Nella seconda parte del libro viene rappresentata la casa della dea Giaguaro, la foresta. I popoli che vivono nella Grande Foresta la abitano da millenni. Le appartengono come il capivara o il caititú, come l'albero guabiraba o l'albero mangaba, come le appartiene il Grande Fiume e le sue ninfee. La foresta è un mondo, un organismo vivo che respira, di cui ogni essere, ogni elemento è parte indispensabile: consapevolezza che gli indios non hanno mai perduto. Nella loro società non esistono sprechi: se si uccidono animali è solo per nutrirsi, perché ogni vita è preziosa, non soltanto per se stessa, ma per la vita degli uomini. È, questo, l'essere nella natura senza sentirsi superiore a nessuna parte di essa, per quanto piccola. Vivere insieme agli altri esseri in uno stretto rapporto di simbiosi. Questa è la vita degli indios nella foresta. Vivere e sfruttare l'ambiente in cui si vive senza distruggerlo.
Questo è il grande insegnamento di coloro che non si sono. mai considerati padroni degli alberi e degli animali, ma loro compagni. Tutto, nella natura, possiede un'anima.
Tale parte non materiale, o "karo", dopo la morte fisica trasmigra dapprima nel corpo di vari animali, poi in quello di alcuni uccelli e infine nei diversi elementi naturali: tutto ciò che vive ha un'anima comune, che ora s'incarna nel fuoco, ora in una pietra, ora in una persona, ora in un animale... Essere parte del mondo, vivere nella natura. Gli stessi nomi che gli indios portano sono nomi di fiori o animali o altri esseri viventi. t così che questi popoli usano chiamarsi, a rafforzare una volta ancora il legame profondo con la natura.
I bambini giaguaro sono figli di questa antica umanità della foresta, le sono figli come l'arara, il boto, il macaco, il tapiro, come lo stesso giaguaro. Quest'ultimo è un simbolo da imitare, emblema di forza e di grande coraggio, doti indispensabili per sopravvivere e crescere nella foresta. Nell'Amazzonia il bambino vive nei villaggi in piena li bertà. Gioca, e il gioco stesso gli insegna a vivere nella grande foresta, a difendersi dai suoi pericoli, a procurarsi il cibo, a conoscere i suoi alberi, le sue piogge, i suoi animali, i suoi miti: questi non sono altro che le voci della vita, della nascita, della notte, della luce, le incarnazioni dell'eros; appartengono a quel patrimonio comune degli uomini i quali, attraverso la mitologia, spiegano le proprie origini tracciando un itinerario d'incontro tra le varie civiltà. Le divinità della foresta sono lo spirito dei fulmini, delle piante, delle acque, degli uccelli, del delfino di fiume, del giaguaro. Il giaguaro simboleggia la divinità precolombiana più antica, più forte.
Nella foresta i bambini giocano ad imitare gli animali:

«solleva una gamba il bambino giaguaro
come una coda la fa oscillare lieve
gli altri bambini: ariranha
bambino caititú, bambino pappagallo
bambino macaco
in un circolo chiuso si difendono
salta da un cerchio all'altro agitando la coda
il bambino giaguaro e gli altri gridano
il cerchio si muove
ed ecco, all'improvviso il bambino giaguaro spicca un salto»

La rivoluzione dei bambini giaguaro è una rivoluzione poetica, una rivoluzione di coscienza. La loro violenza non parte all'attacco di qualcosa, ma a difesa della vita, di tutta la vita.
Questo libro-poema, che vuole ispirarsi a un misticismo panteista, rappresenta un intero mondo. I suoi versi sono piccole orazioni sostenute da un ritmo incalzante. Attraverso la poesia si vuole far emergere la qualità sacra della vita e di quei valori straordinari che stiamo perdendo. Non è una poesia dedicata solo ai cuccioli dell'uomo, ma anche a tutto ciò che germoglia a tutto ciò che nasce, come l'acqua che sgorga limpida da una sorgente o un fiore che sboccia. È un poesia dedicata alla parte più tenera e delicata dell'universo a tutto ciò che ancora deve evolversi, crescere, maturare. una poesia dedicata a tutto ciò che è ancora ritenuto inutile allo sviluppo perché nulla ha a che fare con il consumo, che per questo viene disprezzato, calpestato o semplicemente non considerato.
La popolazione dei bambini, in numero enorme, comincia dunque il suo esodo verso le città: comincia la sua rivolta, la sua denuncia dello stravolgimento del mondo.
Forse qualcuno li sentirà.

Márcia Theóphilo

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