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Luciana Stegagno Picchio - Kupahúba

 

Con la sua sapienza di poeta ermetico, capace di captare il valore evocativo di ogni espressione verbale, con la sua tematica da sempre guidata da opposizioni binarie come quelle fra tempo ed eternità, individuo e cosmo, nella presentazione di questo bel volume uscito, «nell'anno giubilare 2000», dall'officina di Alberto Tallone ad Alpignano, Mario Luzi sa cogliere la componente, sentita quasi animisticamente, di ogni voce di natura che, di volta in volta, «parla, loda, alloquisce, descrive, esalta, colorisce» in questa selva amazzonica cantata da Márcia Theófilo. Il titolo del volume, Kupahúba, sta qui a designare l' albero conosciuto come Albero dello Spirito Santo che, nella sua versione italiana di questo lungo poema «prevalentemente arboreo», la poetessa brasiliana sceglie come prima voce, corifea, nel coro dei legni («cedri, jacarandá, pau-brasil, balsami ocra, rossastri, grandioso vigore degli antichi tronchi, ebano, claraybas, maçaranduba, il più sacro di tutti, l'albero femmina delle foreste del Brasile, rimedio alle ferite"). È quasi una enumerazione caotica che incanta e stordisce, ma che è invece dotata dall'Autrice di una sua logica successione, di una volontà quasi didascalica di rendere partecipi dell'emozione corale i nuovi lettori italiani.
Nata a Fortaleza, nel Ceará brasiliano, figlia di un padre nato in Amazzonia che le ha trasmesso il sapere e la coscienza di quell'universo vegetale, Márcia Theóphilo, dopo tanti anni di permanenza fra noi, è diventata infatti, oltre che antropologa, poeta assolutamente bilingue, italiana e portoghese, nel paesaggio della nostra poesia. Ed ecco le spiegazioni-descrizioni scientifiche del legno rosso simile a quello che fin dalle origine gli italiani hanno chiamato verzino e che si accosta al leggendario pau-brasil dell'onomastica del paese: «Possiede, quest'albero, il colore rosso vivo nel legno sostanza molto dura foglie di forma ovale; il frutto è un pane al colmo della luna che offre un balsamo, il suo olio scorre nello stesso albero Kupa'uwa, Kupahúba, Copauba».
La Copauba/Copaíba è la Copaifera officinalis di Linneo cui fin da tempi remoti si attribuiscono straordinarie qualità medicinali («allevia le ferite, Kupaúba, divinità femminile, sgorga lascivo il suo pregiato olio, ascolta il lamento,dal suo nucleo prezioso scorre il liquore, luminosa stella»). E ancora, in una identificazione di tutti i viventi, possibile solo nella foresta amazzonica: «Gli animali feriti sfregano il loro corpo su Kupaúba che ne allevia il dolore: balsamo color sangue». La selva, ogni albero un essere, ogni parola un essere, diviene così la portatrice di tutti i significati: «la foresta è il mio dizionario, parole vive e masticate aspre di cammini già percorsi, Açana, Tapajura, Igarapé» e gli igarapés sono i brevi corsi fluviali che, nati nella selva, sfociano nel Grande Fiume per lo stupore degli uomini che vi si addentrano a bordo delle leggere canoe.
In un altro breve opuscolo, edito sempre da Tallone ( I guardiani della foresta , 2003), Márcia Theófilo ci mette tuttavia in guardia contro la distruzione di uomini e di piante che da anni minaccia il mondo amazzonico. La ricchezza vocabolare di un popolo indio (sono loro i guardiani della foreta) che possiede nel suo linguaggio ben 16 modi diversi di esprimere il verde, è sicuramente paragonabile alla capacità di popolazioni eschimesi di esprimere il colore della neve in tante forme per cui il nostro solo 'bianco' perde di significato. La distruzione di uomini capaci di scorgere tanti modi di descrivere il verde è un crimine contro la biodiversità come lo è la distruzione degli alberi della selva. E grazie a Márcia Thóphilo la quale, con la sua voce di antropologa-poeta italo-brasiliana si leva contro una «civiltà" che, in nome del progresso, minaccia una realtà umana e un ordine naturale affidati all'esistenza della foresta amazzonica «polmone dell'umanità», che tutti vorremmo restasse, in nome della nostra consapevole civiltà di oggi, «dov'era e com'era».

Roma, settembre 2004

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