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L’Amazzonia terra promessa

 

Mimmo Grasso

L'ultima fatica umana di Mario Luzi è stata scegliere i testi di Amazzonia respiro del mondo, libro di poesia di Marcia Theophilo (ed. Passigli) con la prefazione che il poeta italiano scrisse per una precedente silloge della brasiliana (L'albero dello Spirito Santo, per i tipi di Tallone, a tiratura limitata). Immagino che gli ultimi respiri di Luzi abbiano fatto stormire la foresta di Marcia e che mille colibrì abbiano vibrato nel suo taciuto religioso, quasi un passaggio delle consegne d'amore per la creazione, una parola d'ordine compresa dagli arara e dai caimani del silenzio.

Dalla pietà creaturale di questo veemente taciuto nacque il ritmo della poesia che Rafael Alberti dedicò a Theophilo, riportata anch'essa all'inizio del libro. Le due importanti testimonianze ci appaiono come un seme che custodisce la forza da cui si sviluppa la poesia di Theophilo col suo movimentato silenzio-grido-canto e le connesse dinamiche cognitive.

È singolare come l' Amazzonia , polmone del mondo, tolga il respiro al visitatore per la sua bellezza, che la mente la riconosca sua gemella per la complessità ordine-disordine del vivente. Il nodo che per l'olocausto degli alberi sale nella gola di Juan Panadero,pseudonimo di Alberti poeta civile, è lo stesso che. strinse la gola a Ken Saro Wiwa, poeta nigeriano impiccato nel 1995 per le sue rimostranze contro l'inquinamento del Niger e lo sfruttamento del suo popolo da parte delle compagnie petrolifere (tra cui l'Agip). Theophilo, come Ken, è "militante". Ce ne sono ancora di questi poeti poco decorativi. Penso al tedesco Enzensberger, agli americani Jack Hirschmann e Nadine Pommy-Vega, al nigeriano Jhon "Pepe" Clark, al palestinese Darwish, al somalo Hadraawi (che utilizzando il tradizionale duello poetico somalo ha creato serissimi problemi a Siyad Barre), ai testi nilotici dell'etiope Tsegaye Gebre Medhin e a molti altri. Penso, altresì, al documento di Wole Soyinka La corruzione del potere, in Africa e altrove (Lettera internazionale, n. 75). Ci sono dunque ancora molti cantori che non cipcicciano come l'usignolo dell'imperatore né appendono le corde vocali sui salici e ,sulla scena della naturalis historia , scavando il passato portano alla luce i reperti del futuro. Gli alberi sono il nostro futuro. Al loro passato Theophilo dà voce utilizzando un sistema cognitivo di simbiosi con la natura di cui si riappropria grazie non solo al vissuto personale (la Theophilo è nata a Fortaleza; la madre era portoghese e il padre amazzonico)

"Siamo pensiero" è un lavoro di Theophilo che risale agli anni 70. Siamo pensiero è poi diventato ciò che pensa la natura, ciò che agita i suoi vessilli, gli alberi, con quel che di radicale ciò comporta. Lì valeva il paradigma "siamo pensati". Theophilo non usa mai Io, il che già indica un atteggiamento narrativo e rivolto alla collettività. Nelle raccolte successive il noi lascia anche l'umano per rivolgersi all' anima delle cose .Questo libro si apre con un testo che si intitola Noi alberi e si chiude con l'immagine di New York e la verticalità dei grattacieli, con lo scorrere dell'Hudson. L'Hudson ricorda il suo antenato, il Rio-Abramo, mentre "un esercito di formiche in fila/trasporta le anime come foglie". Stanotte anch'io ho trasportato in un inquietante nido i fogli di Theophilo colorati dal piumaggio di uru corcovado dissetati dal sudore del Cristo del Corcovado che nel suo abbraccio avrebbe voluto contenere tutta l'Amazzonia della sua infanzia.

Le aree di significato che si aprono con la poesia di Marcia Theophilo sono molto vaste. I suoi numerosi libri vanno vissuti come un poema unico e so di poter sostenere, non solo per una comune militanza ambientalista, che Theophilo ha impegnato la sua vita per un solo unico religiosissimo libro. Ho qui davanti le sue numerose raccolte, editate il più delle volte da cooperative o comunque da editori no global, e noto che le pagine sono umide, che hanno incrostazioni di sale. Sto scrivendo queste note e capisco che potrei (e lo faccio) inserire i testi di un libro nell'altro senza che il senso generale e particolare dei singoli volumi ne risenta. Si disegna tuttavia nel sentire della lettura una curva di malinconia che accentua la sua parabola. Stranamente, il mio stesso respiro odora d'ocra antico, sfocia nel delta di un'apnea dove si specchiano negativissime stelle. Respiro bocca a bocca col respiro dell'Amazzonia. In un cassetto potrei tenere nascosta una cerbottana. Eccolo lì: il Rìo delle Amazzoni trascina al suo delta le immagini che si sono specchiate nelle sue acque ; le vette andine parlano col mormorìo delle mangrovie Tutti i fiumi della terra accolgono nel loro corso frammenti di queste immagini. Mi chiedo, come un clerc, se il nome Brasile -da "braza"- non abbia in sé un destino. Mi chiedo inoltre se le costruzioni in darii e in barbara e tutta la ruota dei sillogismi che hanno occupato i miei avi, la loro sapienza ,valga il "saper sentire" dell'avo-indio che mi precede di qualche millennio. Nello specchio che ho sulla parete davanti alla scrivania nuotava poco fa un bradipo. Da dove e verso dove? E perché il mercurio dello specchio si scioglie e mi fanno male le caviglie? Cosa sono questi abbozzi di piume argentate che mi pungono sui malleoli? Sto trasmutando?I versi di Marcia innalzano preghiere meticce, francescane e amerinde, le traducono in un arcano linguaggio di corteccia e di sughero producendo misture e fatturazioni con acqua di cocco e versi di caucciù. Ricordo che qualche anno fa mi recai con lei a Cuma. Sulle spalle ognuno portava l'ombra della propria storia. La sua era arcobaleno, la mia azzurro-jonio. Ambedue avevano cicatrici. Ci affacciammo sul costone di tufo. L'intensa frequenza delle ali dei colombi che vi sostano da millenni e il loro hù-hù, altrettanto millenario, rotolava ("ruit", dice Virgilio a proposito delle parole divinatorie) nel nostro ascolto. "È un posto sacro", commentò Marcia, quasi in trance e come ascoltando una pitonessa vegetale nascosta in qualche grotta della sua psiche. Afferrata dagli spiriti del meriggio, recitò versi dove si scolpiva l'hù-hù. Nella polvere di tufo lasciò impronte il dio Juruparì. Capimmo lì, a Cuma, mentre il Rio della storia ascoltava i familiari mulinelli canori dei colombi e le lucertole sfrecciavano come le saette di Apollo col loro lcrtl, che è tempo che Odisseo, uno dei nostri miti e simboli culturali dominanti, ceda le radure del nostro spazio percettivo ad Enea, l'uomo del progetto e della pietà perché la pietà vede che l' amore e l'odio sono ciechi. Per molti aspetti la pietà s'identifica con la carità di Paolo che percorrendo la stessa rotta di Enea si fermò sulle sponde flegree, a Cuma, portando nelle tasche lo stesso progetto del troiano al quale chiese in prestito il ramo d'oro delle Esperidi. Esule come Enea e che come Enea ha la distruzione della sua casa e la "braza" alle spalle, Marcia mi consegnò il ramo d'oro delle Amazzoni rubato all'Albero dello Spirito Santo. Qui, nella terra del fuoco, i Campi Flegrei. Fuoco vegetale e fuoco tellurico. Tra quei rami Cristo si è addormentato con la testa tra le ali mimetizzato con altri uccelli dai nomi di formula, quasi matematici. La relazione tra Cuma e il Rio delle Amazzoni è biunivoca.A Cuma, presso le doppie porte del tempio apollineo (verità & realtà) Freud fa lasciare le spoglie psichiche dell'uomo trasvolante come in sogno dal buio di Cnosso. Il Rio trascorre attraverso se stesso nel labirinto vegetale (omologo al mare) . Nei versi di Theophilo c'è molto nostos del futuro; in quanto portatrice di un messaggio planetario di civiltà, è anch'ella, come Enea e Paolo, un poeta-progetto.

Amazzonia respiro del mondo lascia il lettore nelle radure di un linguaggio misterioso, forse misterico, come i fanciulli quando gli racconti favole e aspettano di ricevere dal tuo becco nella loro bocca aperta la parola magica, lallazioni di sillabe ancestrali che scivolano sui versi,cadono dall' udito, fanno dlin sul pavimento e crasc sulla pagina e costituiscono di per sé un poetare sonoro. Theophilo è infatti un poeta orale. Dice cose, racconta storie, elabora cosmogonie. Il suo è un argot rampicante sulle radici della parola e della musica con lo spirito del bimbo eracliteo che gioca col guscio della tartaruga. È la lingua dell'inizio del mondo, il "ricordare"(riportare al cuore) di Adamo quando nominava le cose, il puro indicare felice e incuriosito del gruppo di caccia giovanile incantato dalla sonorità del mondo. C'è chi dice che furono loro, i giovani, ad inventare il linguaggio articolato. Anche il bradipo o lo scimpanzè potrebbero farlo se la conformazione della loro glottide lo consentisse. Per tale atteggiamento i versi della brasiliana abbandonano il percorso logico strutturato, il loro significato "per conseguenza". Se c'è conseguenza è quella di una cascata obbediente al peso di una gravità. Le analogie viaggiano in fluire di suoni, di metasignificato. Del resto, il rapporto tra creazione e suono è una delle intuizioni più antiche dell'umanità. La sostanza primordiale del creato era acustica e luminosa e i suoi ritmi erano, ad esempio per la tradizione vedica, forme originarie. Il dio della creazione era un inno. Il potere del suono e della parola era così grande che gli dei lottavano tra loro per impossessarsi del segreto (il significato, il potere) del suono. In tale prospettiva Theophilo è il griot delle foreste più che il bardo,un cantore che nell'agorà del mondo narra miti con strutture formulaiche per un pubblico (gli indios, noi) che già sanno come va a finire la storia. Ad esempio quella di Kupaùba (Tutti i fiumi della terra, pag. 31).Leggiamo dunque una poesia che non si avvale di prestrutture discorsive e griglie logiche (i saperi e le tecniche formali) ma diviene, in ordine-disordine; si fa vedere mentre elabora il suo percorso. Non fa così l'albero quando eleva i propri rami o il fiume che, quando trova un ostacolo, crea meandri? La diversa dimensione e l'uguale forma (simmetria) delle chele di granchio sulle quali ragionò Bateson non è la stessa che si osserva tra i rami di un albero e le sue radici, tanto da far pensare che ogni albero, ogni testo di poesia, ha radici in cielo? Dove ha origine questo modo di pensare? Theophilo ci dice che "l'amore nasce come radici" (pag.23, dunque l'amore dell'albero è l'albero dell'amore). E, in effetti, parla all'Amazzonia dell'Amazzonia come una donna innamorata. Manca al discorso la vera radice, la fisicità del gesto, le carezze, il soffio, la mano tra i capelli, l'abbraccio, l'arsi e tesi del piede, il focus degli occhi. Se tuttavia si ha la possibilità di osservare la poetessa quando legge in pubblico, tutte queste radici afferrano e si arrampicano addosso. L'espressività dei suoi versi è una radice dell'albero della motilità. Sono quasi parole cenestetiche. Volete danzare? Leggete di seguito i titoli dei testi: Noi Alberi, Munguba, Fiore della passione,Pitanga,Pioggia di Cajù,Guabiraba, Juçaral, Tutti i fiumi della terra…Vi trovate davanti a un bassorilievo circolare, uno scudo d'Achille dove al posto del "fiume oceano" c'è il Rio delle Amazzoni e vi è raffigurata la mater della corteccia intenta alle sue pratiche magiche con l'albero del pane.Nei cerchi dello scudo vedete scene di vita governate dall' illo tempore. Di Theophilo si è scritto abbastanza ma l'attenzione è andata agli aspetti politici privilegiando il valore di denunzia dei suoi scritti piuttosto che quelli poetici; i settimanali che le hanno dedicato ampio spazio hanno puntato a costruire un personaggio in sintonia con le aspettative di figura dei lettori. È un fatto naturale giacché ogni comunicazione ha un obiettivo di influenzamento e lascia nell'altro il significato che questi ne trae (o che ne vuole trarre). Anche noi abbiamo insistito, perché ci riguarda, peraltro autorizzati dal lasciapassare delle sentinelle Luzi e Panadero, sugli aspetti religiosi e civili della poesia di Theophilo. Non sarà allora ozioso cercare di comprendere le aree cognitive coltivate dalla poetessa, consapevolmente scelte, che possiamo individuare come metodo nei sottosistemi del sistema circolare,interattivo e in movimento, biologia/natura/cultura, nel nostro modo di organizzare gli elementi che lo costituiscono e che , pertanto, agiranno tra loro in modo diverso (anche per il semplice fatto che c'è un altro elemento, quello umano, molto interessato ai primi tre).

Una buona indicazione ai nostri fini, limitati qui al sistema della rappresentazione poetica, mi sembra possa venire dal lavoro di documentazione e di elaborazione teorica,già segnalatomi da Matteo D'Ambrosio, di Jerome Rotemberg, da noi poco noto e autore di numerosi scritti sull'etnopoesia. Con Rothemberg e i suoi collaboratori-consulenti, tra i quali molti poeti e sciamani (Rivista Alcheringa, in particolare le annate 1975-76) la poesia cambia ruolo e posizionamento strategico nel senso, anche in tal caso, che (per noi eredi della divisione tayloristica del lavoro d'ispirazione borghese e della traslazione di quel metodo anche al prodotto mentale) è diverso il modello relazionale-organizzazionale (cognitivo) tra la poesia e (suo valore d'uso) le attività umane. C'è identità tra etnos e poesia. Certo neanche questo assunto è nuovo. Sono tuttavia più numerosi gli elementi che si relazionano come insieme di insiemi e dunque è diverso, complexus, il significato generale. Le antologie che propongono i testi di Theophilo sono molte.Credo che essi sarebbero molto a loro agio in una riedizione di Technicians of the Sacred (1969) e Shaking the pumpkin (1972) dello stesso Rothemberg, preziosissime per la qualità e complessità delle testimonianze come, p.es., i songs del popolo Seneca (Jhon Cage e i poeti di tutte le avanguardie li avrebbero invidiati). Il lavoro di Rothemberg nell'area dell'etnopoesia ha la stessa dimensione di quello di Edgar Morin fondante una Scienza Nova per la physis. La poesia di Theophilo appartiene in questa visione al triangolo equilatero etnos-poiesis-physis. Ovviamente ciò non riguarda solo lei e il concetto può essere applicato a tutte le forme di "poesia" illuminando probabilmente aspetti poco verificati; è tuttavia in Theophilo che il materiale è esponenziale e si aprono continuamente filoni. Cerchiamo di scavare allora il più vicino possibile al nucleo della miniera.Eliot: "Human kind cannot bear very much reality", "Il genere umano non riesce a sopportare una dose eccessiva di realtà".
Touchè. Che il poeta scriva in greco omerico o swahili o usi il francese di Mallarmé , è per questa fatica (il "non riuscire a sopportare", siamo a un passo dall'ontologia ) che il pensiero umano si crea esseri noologici. Nello stato di delirio tali esseri parlano per bocca nostra (in tale prospettiva gli alberi, che parlano per bocca di Marcia, sono potenze del pensiero come istintivamente -lo vedremo tra poco- la poetessa dichiara). Cos'è il delirio? Scelgo, al di fuori dell'area medicale o psichiatrica,dunque patologica, la definizione di Morin (le sottolineature sono mie):"il delirio sta nella congiunzione tra lo straripare delle forze pulsionali incontrollate da una parte e dall'altra la loro razionalizzazione operativa da parte dell'apparato logico-organizzativo e/o dell'apparato socio-oganizzativo" (Il Paradigma perduto. Ma, nel citare il libro di Morin, avevo scritto "Il Paradiso perduto"). È dunque uno stimolo-risposta dinamico che produce cognizione riorganizzando i dati della cognizione stessa (ricognizione, poesia) quando si produce, per l'ingresso di una nuova informazione, incoerenza nel sistema omeostatico-rappresentazionale. L'azione nel sociale e sul reale, di tendenza conservativa (ripristino dello status quo ed emarginazione dell' informazione nuova come intrusa) o innovativa (diversa modulazione delle aree di ricezione per armonizzare la nuova informazione negli spazi condivisi, suo utilizzo), è dunque reazione a uno stato di dissonanza. C'è molta più passione in una teoria scientifica che nell'attività sessuale o amorosa, come sanno bene quelli di Palo Alto e chi si occupa di neurolinguistica, cioè quei maghi che riescono a modificare il sistema di rappresentazione di uno psicotico attraverso le immagini e la parola generando in lui un comportamento "normale".Ma questa, come suol dirsi, è un'altra storia e riguarda la funzione terapeutica della parola poetica. Il bisogno di conoscenza e la poesia, sua totalizzante espressione (come anche, in questa chiave di lettura, un'equazione matematica o una tecnica operatoria) e di tutte le attività orientate al sapere sta proprio lì, in quell'incapacità di. La sorgente è una frattura, un dolore. Il suo manifestarsi primario è essenzialmente psicomotorio. Il canto è risposta psicomotoria (si vedano,ad esempio, gli studi di una nota cantautrice, Gianna Nannini). La scrittura è un evento che sottostà al bisogno del rituale, del prescritto. Al griot africano è concessa molta libertà inventiva nelle narrazioni delle caste ma si pretende un'osservanza rigorosissima delle formule rituali religiose o magiche composte con parole cui viene attribuito il potere di modificare la realtà (e, in effetti, in virtù dell'aspetto liberatorio di energia del rito, non si può negare che la realtà -il modo di percepirla, la realtà della realtà - diventi più sopportabile). Sul campo, non mancano esempi tutt'ora osservabili in Italia (tammorrari e cantori dell'area vesuviano-nolana-giuglianese, poeti di lingua greca dell' Aspromonte).Il cacciatore a lungo andare è "cacciato". Crea esseri noematici che sono il prodotto di una nevrosi e, nel contempo, uno schema di gioco (forse lo schema di gioco) dell'organizzazione cerebrale nel suo processo d'invenzione dell'organizzazione stessa. Tale nevrosi - di cui il sacrificio è sintomo e cura individuale e sociale - genera il comportamento magico. Festa e sacrificio sono importanti per il disordine che immettono nella percezione del tempo e dei rapporti sociali confermando automaticamente l'ordine (sicurezza,pace). Rito, magia , religione, scienza (tutti poematici) in quest'apparato mentale hanno una funzione ordinatrice (conservatrice) e disorganizzante ("rivoluzionaria") e assicurano, in termini sistemici, il rapporto di scambio. Questo processo non vale solo per la nostra paleogenesi mentale essendo tutt'ora sotto i nostri occhi operante nelle sue forme più arcaiche, non sovrastrutturate, o ai piedi dei grattacieli. Va da sé che proprio per queste ragioni ogni indio è patrimonio dell'homo complexus che, dilapidandolo,si troverà come il protagonista dell'ultimo romanzo di Umberto Eco o altri eroi della letteratura e del mito che ingoiano la pozione che fa dimenticare: senza memoria, costretto a ritrovare la propria coscienza attraverso i fumi della nebbia (la vera protagonista del romanzo di Eco) e la sua metafora che è il fumetto, un citazionista che non sa da quale testo e da quale storia ha tratto la citazione. Il mito ha funzione strutturante e un valore medicale. C'è anche chi utilizza testi di poesia nel management per obiettivi e nella leadership situazionale. L'assunto è confermato dalla lettura (intendo anche gli effetti "terapeutici" che ha su di me come lettore) di un altro poeta che non esito qui a definire, ma solo per l'eleganza economica che può possedere una definizione, il "nuovo Virgilio": l'irlandese Seamus Heaney che, come un archeologo dello spirito, ritrova tracce del mito nel quotidiano, Attraversamenti di scarti minimi, piccoli attriti come residuo e polvere di ferro calamitato del grande attrito dell'universo fisico e storico. In Heaney la poesia è essenzialmente un rito che osserva il suo rituale di visione. Per lui, per il sistema significante dell'habitat culturale dell'Occidente, un mucchio di pietre ha un dio col cappello a tesa larga (Mercurio) che lo custodisce; Seamus segue le sue orme nelle epopee d'Irlanda i cui uomini-progetto hanno anch'essi, come quelli di Marcia, nomi straordinari, da elfi, evocativi di saghe, spiriti che lo accompagnano nel suo paese inquieto (è l'ordine del tempo sacro che interviene nel disordine di una guerra civile?). E ciò avviene mediante una lingua che con Heaney raggiunge sommità inusitate verso il basso, in profondità. Il genius loci dell'irlandese è taciturno, meditativo, logico e sapientale. Nella bisaccia a tracolla porta manoscritti antichi. Si siede intorno al fuoco acceso in un bosco gaelico e lì aspetta il poeta. Talvolta si parlano e si scrivono in merovingio. In Theophilo questo genio parla una lingua di contaminazioni etniche (tupì-portoghese-brasiliano) e, credo, versifica usando diversi ponti linguistici con quel che ne consegue in termini di significato. Se Heaney lavora sul linguaggio in profondità (alcuni temi lo indicano: la torbiera, il carbone, la vanga…) Theophilo opera in altezza perché il grido (di disperazione, anche) vuole l'altezza e rimbalza per terra. Nei suoi versi cade a volte il silenzio (e lo si nota dall'organizzazione della frase, dai suoi inciampi nelle immagini) e ciò indica, come nella foresta, un pericolo: qualcuno sta per morire, si presente il tonfo di un altro albero. Ancora., il verde irlandese di Heaney ha varie sfumature perché quel verde ha una storia travagliata ed è diventato simbolo, i suoi versi organizzano le informazioni su molti strati. Il verde di Theophilo è una matrice fisica e biologica che attira gli altri colori, non vuole la storia - e lo grida - perché sa che, come altre grandi foreste del mondo, il suo futuro è diventare nerume, un giacimento di petrolio forse inutile perché vi saranno fonti di energia più economiche. L'olocausto degli alberi è inutile. Ma non è corretto parlare di olocausto evocando genocidi perché nessun albero e nessun uomo (a parte la recentissima esperienza islamica) si offre in sacrificio. È la banalità del bene e del male, per citare la notissima Arendt, da un lato; dall'altra è la capacità del sapiens nel suo attuale parcheggio capitalistico di rendere tutto banale e né bene né male ma utile, tutto e subito. L'Amazzonia viene distrutta perché è utile coltivare soia cinese, ampliare il latifondo, perforare il suolo. È utile che alberi ciclopici come le porte Scee si trasformino in mobiletti perché di mobiletti ci convincono che abbiamo bisogno e se andiamo a tagliare le sequoie americane questi (ma guarda) si incazzano. Con Walcott , Heaney, Theophilo, con alcuni grandi africani che dopo il movimento della negritudine hanno abbandonato la lingua coloniale per tornare a quella materna, è possibile respirare di nuovo la poesia epica. Ho dichiarato che la scrittura di Theophilo è prelogica, vale a dire che, in onomatopea e mimesi con la natura, ha un impianto olistico e vivente. Spesso non dice: indica; descrivendo de-scrive. Sono le situazioni a creare poesia. Esempio: "Quando si agita una canzone/ si muovono le acque/ del fiume/Quando la mente si oscura/ perde colore anche il suono". Sistemi di pensiero così complessi vengono trasferiti con una naturalezza miracolosa. Il suono ha un colore? Dove? Come? Un colore di che colore? Abbiamo dovuto aspettare Kandinskij per riprenderci simili identità. Poeti abili (o almeno così ci dice la nostra supponenza) nei tipi logici, frequentatori di Russel e Lacan e che spacchiamo il capello in quattro nell'analisi formale, dimentichiamo spesso che un poeta nasce poeta e che tutta la sua attività,mentale, spirituale, corporale, è un apparato finalizzato a smantellare il vallo fortificato tra la visione e il visto (rendere incerte le certezze: questa è l'evoluzione), l'udibile e l'ascoltato,il dicibile e le pianure del non detto che si estendono nella scansione tra la nascita e la non-nascita. Per citare ancora Luzi, Theophilo è muratore di senso:"anche tu sei nel gioco/anche tu porti pietre/ rubate alle rovine/verso il muro dell'edificio" Questo senso ha un nome straordinario, evocativo di battiti cardiaci arcani: Kupaùba.Kupaùba è il protagonista di un poema le cui pagine sono cadute a terra e che ,come anime, vengono innalzate da un esercito di formiche. Kupaùba è il titolo di un poema come Gilgamesh o Eneideo Beowoolf. La sua chiarivigilia già è in Asturias.Le sue acque amniotiche in Darìo. Il suo calendario nella Piedra de sol di Octavio Paz. La sua casa sul Machu Pichu di Neruda. Con questo nuovo e atteso libro Theophilo elabora l'inventario degli alberi amazzonici, ce ne parla (ma in verità parla con loro) ricreando una foresta di versi e di liane e di acque intrecciate Se si vuole vedere il cuore di Theophilo basta guardare bene sulla corteccia di ogni albero, ogni testo della foresta dove ci sono più cuori che pietre. Come pegno e ricordo d'amore, c'è inciso il cuore di Theophilo. La raccolta è dunque un arborario, un coro d'alberi che si autopresenta al lettore. La prima poesia del libro si intitola Noi Alberi e va intesa sia come introduzione degli alberi agli alberi che come metafora dell'umanità. Ognuno di loro parla il dialetto dei viventi che lo abitano, del vento che lo attorciglia, delle radici medicali dell'anima. Ognuno è un essere fantastico in quel pleistocene vivente che, con l'Africa, è l'Amazzonia. Sono alberi millenari. Qualcuno di loro è più antico del Colosseo e forse ha l'età delle piramidi. Chi si sognerebbe (ma, ahimè, è già successo) di distruggere un monumento? Parlare del respiro del mondo significa respirare quel respiro, inspirare ed espirare col suo ritmo. L'oralità di Theophilo è confermata dal titolo della raccolta. È noto infatti che l' oralità del poeta si basa sul respiro, pneuma che genera la voce. La scrittura è un momento analitico. Appartengono alla filosofia le questioni sulla voce che indica se stessa e il significato della "durata" della "voce" (cioè dove fa a finire la cosa evocata dalla parola quando la mia voce l'ha nominata in presenza sonora e se la cosa nominata da me è la stessa che finisce in chi mi ascolta). Direi che nella poetessa brasiliana la "voce" è il pensiero stesso. Questa "voce" segue probabilmente lo stesso percorso di quella udita da Achille e che lo afferrò per i capelli prima che si lanciasse su Agamennone. Perché, infatti, non bisogna immaginare (e si potrebbe abbondare di esempi) che queste "voci" fossero metafora. Erano allucinazioni uditive come quelle di Jung. Questo fenomeno in Theophilo assume dimensioni grandiose:

La mia mente è un albero
colmo d'uccelli
la mia mente colma d'uccelli straripa
e giunge lontano
ai confini dell'orizzonte oscuro
l'intreccio di rami
si sgretola
al limitare dei monti.

"La mia mente è un albero" significa, anche, che la mia mente ha una "corteccia" cerebrale."La mia mente è un albero" significa, anche, che l'albero è, in maniera molto appropriata, femminile. Siamo allora ben lontani dall'utilizzo metaforico foresta-scrittura, di origine antichissima e ripreso da molti poeti e teologi. Rileggiamo il testo, scelto perché sintesi di quanto finora discusso (e che, ovviamente, assume un valore più pieno se posizionato all'interno della raccolta come seme di un modo di "sentire"). Abbiamo detto più sopra che la poetessa giunge ad identificarsi con l'albero e che il suo pensare è il pensare dell'albero. L'albero infatti pensa, su questo l'indio non ha dubbi e neanche ne ha Virgilio, né Heaney dubita del dio Terminus. Quest'albero è la mia genealogia e me la mostra. Quando guardo un albero posso farlo dal basso verso l'alto (cielo) o viceversa (terra). Qui quest'albero va anche in orizzontale, occupa tutto lo spazio dell'immaginazione, si trasforma nel movimento visivo dell'osservatore, vi si identifica, scorre, diventa, colmo d'uccelli-parola, fiume che straripa (dis-corso). Il testo ripete nei suoi insiemi (infiniti, direbbe Matte Blanco) perfettamente e inconsciamente questo dato. È un testo biforcuto, pieno delle ambiguità-informazioni tipiche della grande poesia: chi oscura cosa? "Oscuro" è verbo? Se è aggettivo, chi è oscuro, il "lontano"? "l'intreccio"? Cosa "si sgretola"? La mente, l'intreccio? Non c'è punteggiatura. Ciò significa che se lo leggiamo ad alta voce, il respiro finisce proprio al punto finale e, anche, che siamo autorizzati a sistemare i versi e le parole come vogliamo. Approfittiamone:

La mia mente è un albero colmo
d' uccelli la mia mente colma
d'uccelli straripa
e giunge lontano
ai confini dell'orizzonte
oscuro
l'intreccio dei rami
si sgretola
al limitare dei monti.

Ecco che diventa ancora più ambiguo e ho motivo di supporre che se intervengo con i punzoni dell'interpunzione anziché pianeggiarlo lo rendo più irto e nodoso. Facciamo focus sulla dispositio: ci sono strati di immagini nelle quali il testo affonda (è giusto usare una parola acquatica per una mente "colma" e che "straripa") le proprie radici. Esempio:

La mia mente è un albero
colmo d'uccelli
la mia mente colma d'uccelli straripa
e giunge lontano
ai confini dell'orizzonte oscuro
l'intreccio di rami
si sgretola
al limitare dei monti
:
la mia mente è un albero
al limitare dei monti
colmo d'uccelli
la mia mente colma d'uccelli straripa
ai confini dell'orizzonte oscuro
l'intreccio dei rami
giunge lontano
si sgretola
:
si sgretola
al limitare dei monti
ai confini dell'orizzonte oscuro
la mia mente colma d'uccelli straripa
e giunge lontano
la mia mente è un albero
si sgretola l'intreccio dei rami
colmo d'uccelli
:
ecc.

Il che significa che il testo ha, considerando i soli otto versi così come consegnatici dall'autore e non anche le singole parole -che pure costituiscono o versi o nuclei d'immagini e d'azione- un'elevazione combinatoria di 8 all'ottava, cioè oltre 134.000 testi. Non solo. Se è vero che quando guardo l'albero lo posso fare dall'alto verso il basso e viceversa, se considero la mente di Theophilo come un albero, mi aspetto lo stesso movimento. E infatti:

al limitare dei monti
si sgretola
l'intreccio dei rami
ai confini dell'orizzonte oscuro
e giunge lontano
la mia mente colma d'uccelli straripa
colmo d'uccelli
la mia mente è un albero.

Questo testo, dunque, colmo di stormi, stormisce. È, c.v.d., un testo-mente-foresta. Né è un unicum in questa raccolta. Lascio al lettore il piacere di trovarne altri. Non approfitterò della sua pazienza discutendo dei simboli di Theophilo ma non posso fare a meno di intrattenermi su almeno un altro testo-pista, Armadillo, sia perché si pone nella raccolta un po' come una mascotte sia perché un indio acculturato in un monastero europeo nel medioevo avrebbe miniato così il suo bestiario. Prima, tuttavia, occorrerebbe rileggere una spettacolare poetessa, calligrafa esperta di simbologia animale, Marianne Moore, o, per restare in ambiente sudamericano , "Salamandra" di Octavio Paz e "Ode alla lucertola" di Neruda. È interessante come le metafore si passino il testimone al punto che un lettore che non conosca approfonditamente Moore o Paz o Neruda o Theophilo molto difficilmente riuscirebbe a dirci chi ha scritto cosa. Perché questa omogeneità? La risposta (e torniamo ai fondamentali cognitivi della poesia di Theophilo) sta probabilmente nel fatto che se si vuole scrivere del pangolino o dell'armadillo occorre pensare come un pangolino e un armadillo e pangolino ,armadillo, alberi pensano con modalità precise, naturali e istintuali. Non esprimono giudizi (funzione peraltro significativamente quasi assente in Theophilo). Ed è proprio quello che, anche con la danza e mimetizzandosi con artifizi e colori, fa l'indio in Amazzonia. È la vitalogia del pensiero africano. Oserei dire che il mondo, visto così, è una cosa molto "etica". Ma leggiamo il testo:

Divertente guerriero
corazzato e prudente
quotidiana fatica
di grande scavatore
uno scrigno, il suo corpo
nelle notti di luna
s'infila nella terra
timorosa bestiola
con grande abilità
getta terra all'indietro
un tunnel, suo rifugio e dimora,
lo protegge dal giorno
all'imbrunire appare
dentro la terra, tetto a forma di cono
mentre la luna va senza memoria.
tra punte d'alluminio
e mare senza sale
si disseta a rettangoli di luce.
se i suoi occhi riflettono la luna
la lingua silenziosa
con lo schiocco di frusta
afferra ciò che pensa.
S'ingoia anche la luna.
segno di solitudine,
di riconoscimento,
fa amara la visione e passa oltre
maculata tristezza.
Tatu-bolìnha, piccola sfera
rotonda, musica che non
si spegne, in tondo sopravvive
Lungo ore ed ore
lui, da dentro la terra,
segna il ritmo ai tamburi
dentro-fuori sospeso
Tatu-bola.Suonatore.

Ovviamente il testo originale conserva una più definita musicalità di tamtam. Adesso, o lettore, se non hai già letto il libro (ma anche se lo hai già letto) non saresti in grado di dirmi se,come nei giochi enigmistici, c'è un intruso e dove sta. Dunque ci faccio un cerchio intorno e te lo dico: l'intruso sono i versi da tra punte d'alluminio fino a maculata tristezza. E infatti sono l'elaborazione del segno "salamandra" fatta da un poeta di 35 anni, scarsamente alfabetizzato e che in vita sua non ha letto altro che un sussidiario (e neanche tanto bene). Si tratta di una classe di 35 bambini di 10 anni ciascuno, frequentatori di una scuola napoletana situata in un quartiere "a rischio". Come vedi, anche loro (e forse solo ancora loro, gli scopritori del linguaggio e del fuoco, I bambini giaguaro della Theophilo) ) sanno pensare come una lucertola o un armadillo e capiscono "albero". Ecco perché l'Amazzonia di Theophilo è la loro infanzia e il loro futuro. Ecco perché Chinua Achebe dice ai suoi fratelli in soul: " …Pray/protect this patrimony to which/you must return when the song/is finished and the dancers disperse; /remember also your children/for they in their time will want/ a place for their feet…". L'Amazzonia di Theohpilo è questa terra del futuro promesso dove battere i piedi.

Mimmo Grasso

 

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