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Così è la voce della foresta

 

Il Sole 24 ore 12 novembre 2006

Le liriche di Marcia Theophilo dedicate all' Amazzonia: elegia di un mondo che scompare per sempre


di Franco Loi

«Ogni presenza è testimone del suo permanere e del suo tramutare e trasformarsi nelle ore e nelle vicende della luce - e da ogni dove si leva la parola e il suo commento (alberi, fiori, animali, voci di uccelli, frutti, luoghi, amori, ondeggiamenti d'acqua, fruscii di vento). La vitalità ininterrotta e simultanea di tutta la foresta parla a sé stessa da ogni sua creatura - il linguaggio è al di là dell’umano e questo è testato e significato dalla sensibilità tesa, dalla sapienza duttile di Marcia Theophilo», scriveva Mario Luzi nel presentare Amazzonia respiro del mondo.
Marcia è nata a Fortaleza, in Brasile, e da molti anni vive in Italia.
Ho conosciuto Marcia Theophilo circa una decina d'anni fa, e subito sono stato coinvolto dalla forte musicalità della sua poesia, la cui lingua comprende nel portoghese brasiliano anche il patrimonio indio della famiglia patema.
Dice bene Luzi: «Una vasta polifonia possiamo chiamare questo nuovo poema della foresta». E si tratta appunto di nomi di alberi, di frutti, di canti rituali, di suoni onomatopeici, di teneri richiami d'amore, di un respiro e di un dire orali in cui il parlare del poeta si fa uno col parlare degli alberi, degli animali - spesso sono loro stessi a parlare per metonimia del poetare. Proviamo ad ascoltarla nella sua lingua: «Nós árvores vivemos de chuva/ de orvalhos eternos e das neblinas / dos rios e dos oceanos /de vapores matutinos / e delicadas névoas». La poetessa sembra far risuonare nel proprio corpo, come lei stessa traduce, «un volto dove il sole non tramonta / quello di Kupahuba che mima/il salto degli uccelli sui rami / come i salti di un macaco folletto / che gioca cOn i frutti degli alberi».
Sappiamo e non sappiamo. Non vogliamo sentire in noi quanto sia grande la tragedia dell' Amazzonia, noi europei che abbiamo già patito e dimenticato la distruzione delle foreste inglesi e di quelle lombarde, e stiamo per far sparire le grandi savane e le foreste africane, noi che abbiamo avvelenato l'aria e le acque. Sì, questa poetessa indio-brasiliana, col fiato e il suono dei suoi versi, vorrebbe farci sentire, nella gioia e nel lamento della foresta viva, l'invocazione di un mondo che muore, vorrebbe dirci con la sua possente voce che non si tratta solo della foresta e solo degli indios, ma che si tratta di noi, che noi stessi, il nostro mondo, apparentemente così lontano, sono coinvolti in quella tragedia: «Niente impedisce, la foresta continua a cadere / le grida, le guerre, i morti/ una voragine, un'aura di fumo / niente respira», «Tutto è fuoco... Gli alberi si accasciano... Tutto è cenere: / in questo ritmo frenetico anche il cielo cadrà».
Ma non si creda che si tratti di una poesia moralistica. È con l'arte della sua voce che Marcia vuoI farci sentire l'incanto di quella civiltà della natura, la storia di un popolo e la propria storia: narrazioni e figurazioni che sanno suscitare emozioni e riflessioni, giacché, come dice in alcuni versi, «nella foresta esistono / più occhi che foglie / più cuori che pietre». Sono effluvi di suoni che riportano odori, gridi, rumori di acque e stormire di foglie. Sono esperienze che noi stentiamo a riconoscere, perché sono anche i nostri occhi e i nostri cuori, e la nostra poesia che rischia di risuonare nel vuoto.

Marcia Theophilo, «Amazzonia respiro del mondo», Passigli Editori, Firenze, pagg.166, € 15,00.

Franco Loi

 

 

 

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