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Parole d'Amazzonia

 

Ivano Malcotti

Márcia Theóphilo ha studiato antropologia in Brasile e in Italia. Tutta la sua opera si ispira alla foresta amazzonica, ai suoi popoli, ai suoi miti, ai suoi alberi e animali. Dal 1968 al 1971 lavora come giornalista nel campo della cultura e della critica d’arte a San Paolo. Nel 1971 pubblica in Brasile il libro di racconti Os Convites (Gli inviti). Nel 1972 lascia il Brasile, sottraendosi con l’esilio alla repressione di una dittatura militare che impediva la libertà di scrivere e di studiare. Nello stesso anno conosce a Roma il poeta brasiliano Murilo Mendes, che le presenta il critico letterario Ruggero Jacobbi e il poeta spagnolo in esilio Rafael Alberti. Quando in Brasile il processo di democratizzazione inizia nel 1979, Márcia Theóphilo torna a San Paolo dove partecipa al Movimento per la democrazia. Ritorna a Roma nel 1981. Dal 1986 è rappresentante dell’Unione brasiliana degli scrittori (Ube) nel Sindacato italiano degli scrittori.

Márcia, lei è nata a Fortaleza, in Brasile. Conosce la foresta amazzonica fin dall’infanzia. Cosa ama ricordare di allora?
Io conosco la foresta fin dall’infanzia, i miei nonni paterni vivevano là dove mio padre è nato. Con la mia poesia cerco l’origine antica del nome degli alberi degli animali e dei fiumi. Scrivo queste parole e questi suoni e ad essi seguono sogni e sentimenti di estasi ma anche di terrori e abbagli:

il ritmo del tamburo, l’abre-alas
moltitudine di alberi
visi-rami confusi
col rumore dei fiumi
delle cascate,
frutti maturi, gli alberi
in germoglio
le grida di animali incutono
paura
sbocciano i fiori, volano farfalle
più grandi delle mani
si arrampicano piante
saltano scimmie
cantano uccelli e raganelle

Da dove trae origine la sua poesia?
Attraverso i racconti di mia nonna ho appreso il significato del profondo legame con la natura e quella esperienza vissuta mi ha portata a studiare le origini della cultura india. Il mio continente poetico coincide con il continente geografico. Penso che il vero poeta sotto qualsiasi cielo o qualsiasi voce tenda verso una poetica universale. Nella mia poesia fluiscono i nomi, le luci del giorno e della notte che narrano metamorfosi di creature umane che si trasformano in alberi, costellazioni dove abitano astri e dei, canti di amore e di morti. Il germogliare dei versi porta queste parole anche alle altre lingue sconosciute, estranee. Perché la poesia non nasce soltanto dalle radici culturali del proprio paese d’origine ma anche dalla storia dei grandi poeti del mondo.

Cosa la colpisce maggiormente della cultura degli indios? C’è un legame tra indios e cosmo?
Il primo popolo del Brasile è quello indio. Gli indios ritengono che non solo gli uomini e le donne ma anche gli animali e tutti gli elementi della natura, vegetali e minerali possiedono un’anima. L’anima trasmigra da prima nel corpo di vari animali, poi di alcuni uccelli e infine nei differenti elementi del cosmo. L’universo pulsa insieme alla foresta. Vicino al grande fiume appaiono: il cobra, il giaguaro castano dorato, pappagalli e uccelli variopinti. Con le piume degli uccelli si ornano e qualche volta le tingono di giallo perché giallo è il colore prediletto del dio Sole. Gli alberi raccontano storie, le voci degli uccelli sono onde formate dalla memoria del cosmo.

Il mito ci insegna a conoscere noi stessi…
I miti e gli Dei costituiscono un legame tra il mondo terreno e quello trascendente. Riflettono la comunione di chi lo ha creato con l’ambiente fisico attraverso quel dialogo intimo e naturale che solo gli antichi popoli stabilivano con l’universo. E’ il linguaggio proprio del canto delle acque, nitida e fantastica associazione degli elementi concreti e irraggiungibili della natura. Dalle acque emergono le più grandi ispirazioni mitologiche: lo spirito del cosmo è naturalmente insito nei fiumi. I fiumi portano dentro di loro l’anima dei boschi e delle foreste e così che natura e storia si conoscono e si incontrano.

L’antropologia è una disciplina che in generale privilegia gli oggetti e la cultura materiale. La poesia cosa privilegia?
Nel mio lavoro ho cercato di fare una fusione fra memoria emotiva e culturale, tra mondo arcaico e contemporaneo. Penso che senza la poesia non si possa raggiungere l’anima della foresta. L’antropologia è una disciplina che ha privilegiato gli oggetti e la cultura materiale. Io ho privilegiato il soggetto più leggero: l’anima. Non a caso sono poeta e antropologa. La foresta è un archetipo che si nasconde nel profondo di tutti noi. Io gli ho solamente dato ascolto senza censura e ho lasciato che affiorasse e che questa foresta affiorasse nella mia poesia e divenisse il teatro di favole e di miti che il Brasile conserva soprattutto fra gli indios.

Lei ha lavorato con grandi artisti brasiliani. Com’è attualmente lo stato di salute della letteratura in Brasile?
Le traduzioni che faccio di poeti italiani e brasiliani mi aiutano a mantenere un contatto vivo con gli artisti brasiliani. Sono rappresentante dell’Unione degli scrittori brasiliani a Roma. Già ho raccontato e letto la storia del modernismo brasiliano nelle università e nei circuiti culturali, televisivi, stabilendo una specie di ponte fra i poeti dei due paesi. Fra i poeti da me preferiti ci sono i classici, Cecilia Meirelles, João Cabral, de Mello Neto, Carlos Drumond di Andrade, Vinicio de Moraes, e i più contemporanei Claudio Willer, Fernando De Franceschi, Roberto Piva e Carlos Nejar e tanti altri. Penso che lo stato di salute della letteratura subisce la difficoltà di tutte le arti che non servono al consumo.

È stata legata da una profonda amicizia con il poeta Rafael Alberti. Ce ne parla?
Il rapporto con Rafael Alberti nasce dalla mia ammirazione per la sua capacità di unire la pittura e la poesia in una sola arte animando i versi con delle immagini. Al di là di questo amore per la pittura e per la sua poesia, quello che mi ha unito in amicizia con Rafael è stato il suo impegno politico per la libertà. È stata una grande amicizia, devo riconoscere che ha dato un grande impulso al mio lavoro in quanto Rafael era un grande poeta dotato anche di una grande comunicazione nella recita pubblica e lì ho scoperto che anche io potevo sviluppare una comunicazione verso la gente, attraverso la recita, ma soprattutto ho capito che il mio territorio, il pozzo da cui attingere, non era la prateria della cultura europea, ma il mio Brasile e la mia Amazzonia.

Ha studiato sette anni pianoforte. Quando scrive, associa le parole ad una particolare melodia?
Il mio maestro più importante è Villa Lobos e penso che nella sua musica e nella sua melodia ha associato i primi rituali e antichi ritmi amazzonici. Per me è il più importante compositore brasiliano. Penso anche ai flauti e ai tamburi ma anche a tutte le altre sonorità dei canti degli uccelli e delle acque. Il mio grande desiderio letterario sarebbe scrivere una sinfonia in versi.

Quali sono le differenze principali tra la cultura occidentale e quella del Sud del mondo?
Fino a poco tempo fa la cultura occidentale pensava che l’essere umano come padrone della natura, dandogli così il diritto di manipolarla a suo piacimento. E’ un sogno d’onnipotenza da cui si sta svegliando l’umanità. L’uomo non è al di sopra della natura ma parte del suo insieme. La differenza tra l’idea occidentale della natura e quella nostra è che nella cultura occidentale si parla di un albero come un elemento decorativo del paesaggio, mentre noi lo consideriamo un tutt’uno con la nostra esistenza.

Aprile n° 131 - ottobre 2005An° 131 - ottobre 2005

 

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