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Critica sulla poesia di Marcia Theophilo:Libro "Io canto l'Amazzonia"

Prefazione a "Io canto l'Amazzonia/Eu canto Amazonas"

di Armando Gnisci

La poesia di Márcia Theóphilo ci viene da altrove, dal mondo mitico dell'Amazzonia ma attraverso una lingua europea, il portoghese del Brasile. I testi di Márcia sono tessuti con segni, misure e musica d'Europa, ma nel loro cuore è racchiuso il rovescio di questi segni: un sogno mitico diverso dal sognare e dal mitologizzare dei popoli boreali. Questo sogno per significare la sua diversità si serve di una lingua altrettanto antica, ma di un'altra civiltà. I segni, le misure e la musica e il loro rovescio formano così una congiunzione paradossale.
Come vive e si esprime questo paradosso attraverso il discorso poetico?
Innanzitutto esso ci appare presentandosi come una precisa intenzione originaria del dire che si annuncia e si afferma nella volontà di raccontare:

«Yanoá è venuta a raccontarmi una storia, il suo sguardo
era colmo di sé e dell'immensità del suo pensiero. Il pensiero
correva e il fiume impetuoso l'ascoltava cullando la sua voce 
ripeteva quello che aveva appreso dagli uccelli, 
d'ogni colore il meglio, l'idea allegra di vivere,
giorno per giorno armonia cercando con il cosmo. 
Yanoá non distingueva fra pensieri e sapori. »

Il racconto e mito dell'origine che mostra direttamente l'origine da cui proviene ma che ancora esiste: la lezione degli uccelli, l'idea allegra di vivere, la non-distinzione tra pensieri e sapori. Questo mito è presente, nonostante sia antichissimo quanto la stessa origine del vivente, ed è afferrabile e dicibile nella sua presenza attraverso la parola del sogno:

«Quando comincio a cantare 
nessuno sa quel che segue
cavalli, volpi metalli pietre
incantesimi montagne di sabbie
va a riposare, ne hai bisogno, 
sognare ti stanca troppo. »

Entrambi, mito e sogno, sognano e raccontano nel canto gli inizi del dire, diversi dal dire europeo che per iniziare a cantare deve essere ispirato da un potere supremo, non terrestre ma musaico.
Gli inizi del dire amazzonico sono ambientati nella luce tropicale
fatta di «Ére di azzurro, di vermiglio, di verde». I miti iniziali dei popoli mediterranei e boreali sono ambientati invece nella condizione notturna, alla quale sopraggiunge il lume degli déi luciferi.
Dopo essersi presentato in questo modo il discorso paradossale della poesia di Márcia arriva a dire. Che cosa dice?
Esso parla dell'unione della voce che dice con il mito. La voce della poesia si congiunge mediante il sogno direttamente con il mito e lo narra in presenza; le storie di Yara e Yací e Boto, delle nuvole, delle forze dell'acqua, della cavalla senza testa.
Attraverso il sogno della presenza l'unione della voce poetica con il mito acquista la consistenza di una vera e propria congiunzione erotica. Il dettato poetico fa, letteralmente, l'amore con il mito. La lingua portoghese del Brasile si sposa carnalmente nel sogno con il racconto vivo della mitologia amazzonica, generando una celebrazione arcana che supera e mitiga per sempre la paradossalità iniziale del rovesciarsi dei segni.
Questa celebrazione indio-europea accade a Roma.
Márcia Theóphilo vede sul ponte Sisto Tincoã, il grande dio precolombiano in forma di uccello che appare sulla linea di barriera tra il grande fiume e l'oceano, confondersi con un angelo di pietra latina e michelangiolesca.
Che cosa accade ora, con quest'ultima apparizione paradossale?
Accade che dentro il cuore di Roma diventa possibile sognare il sogno amazzonico della congiunzione e Márcia si appropria di questo successivo e straordinario paradosso per trasformarlo in una nuova celebrazione d'amore che ricorda, pur nella grande di-stanza di tradizioni, l'atteggiamento verso Roma di un poeta che pure amo e visse il Brasile, Giuseppe Ungaretti:

«gli antichi miti... non erano che voci del vocabolario accorse ad evocare i fantasmi che di frequente mi apparivano nella città dove vivevo. Non erano figure di retorica, ma una specie d'appropriazione dei miti che tanto mi diventavano famigliari».

Armando Gnisci

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